Le vostre domande.

• Se inizio una terapia poi diventerò dipendente e vorrò andarci sempre?

Questo è veramente un mito da sfatare.

L’obiettivo della terapia è non avere più bisogno della terapia.

Nel caso per esempio di chi ha un problema di dipendenza affettiva, può anche essere che il paziente possa desiderare di continuare all’infinito (molto raro) ma anche in quell’occasione è responsabilità del terapeuta far rendere consapevole il paziente di tale meccanismo ed aiutarlo a correggerlo. Il fatto che in nessun modo venga favorita la dipendenza a vita implica che nella psicoterapia è necessario che il paziente si metta in discussione diventandone parte attiva. La maggior parte del lavoro è del paziente e viene fatto in autonomia, se il paziente non è attivo in nessun caso è possibile la risoluzione delle problematiche. 

Com'è possibile che le parole possano curare?

Chi soffre di un problema psicologico ha spesso la percezione di essere debole. Chi entra dalla porta del mio studio ha solitamente l’aria imbarazzata di chi si ritrova a chiedere aiuto per qualcosa del quale ritiene fondamentalmente di essere la principale causa. Per non parlare di chi sente di rivolgersi ad uno psicoterapeuta quasi per un suo personale capriccio, come fosse un optional per viziati, assolutamente rinunciabile. Chiunque di noi se ha una carie va dal dentista. Se è depresso o eccessivamente ansioso ritengo che debba andare da un professionista del caso: uno psicoterapeuta iscritto all’ordine. Avrebbe potuto farcela da solo? Non lo sappiamo, non possiamo saperlo. La domanda ha poi poco senso se pensiamo che la vita è già abbastanza difficile senza caricarla ulteriormente di sfide tremende, dove la posta in gioco è la serenità psicologica, vale a dire fondamentalmente il proprio benessere.

• Se mi faccio aiutare da uno psicoterapeuta significa che sono debole e arrendevole perché potevo farcela da sola/o?

Chi soffre di un problema psicologico ha spesso la percezione di essere debole. Chi entra dalla porta del mio studio ha solitamente l’aria imbarazzata di chi si ritrova a chiedere aiuto per qualcosa del quale ritiene fondamentalmente di essere la principale causa. Per non parlare di chi sente di rivolgersi ad uno psicoterapeuta quasi per un suo personale capriccio, come fosse un optional per viziati, assolutamente rinunciabile. Chiunque di noi se ha una carie va dal dentista. Se è depresso o eccessivamente ansioso ritengo che debba andare da un professionista del caso: uno psicoterapeuta iscritto all’ordine. Avrebbe potuto farcela da solo? Non lo sappiamo, non possiamo saperlo. La domanda ha poi poco senso se pensiamo che la vita è già abbastanza difficile senza caricarla ulteriormente di sfide tremende, dove la posta in gioco è la serenità psicologica, vale a dire fondamentalmente il proprio benessere.

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• Se mia moglie/marito/figlia/o inizia una terapia poi diventerà diversa/o e ci saranno problemi nel nostro rapporto?

Credo che questo timore sia assolutamente naturale. Quando chi ci sta molto vicino ed è speciale per noi si rivolge a qualcun altro per chiedere aiuto è lecito temere un possibile cambiamento nella nostra relazione. Tanto più che la persona a noi cara ci appare in questo momento particolarmente fragile ed “influenzabile”.

Per fugare questo timore occorre innanzitutto rivolgersi ad un professionista serio, vale a dire ad uno psicoterapeuta che abbia svolto tutto l’iter professionale e sia iscritto ai vari albi di competenza; già questo è un primo concreto passo verso la certezza di non subire manipolazioni ed anche di essere in ogni caso tutelati.

Vorrei anche sottolineare che, nonostante certi assurdi pregiudizi, in nessun caso la terapia ha come obiettivo la separazione della persona dai suoi congiunti, anzi, semmai il contrario. Anche da un punto di vista statistico quando uno dei coniugi affronta una terapia sono assolutamente molte e molte di più le coppie aiutate a stare insieme positivamente che quelle che non superano la crisi. In questo caso la terapia serve invece ad elaborare quel difficilissimo lutto.

• Come scegliere il tipo di psicoterapia e lo psicoterapeuta adatto?

Secondo tutti gli studi maggiormente accreditati sulla valutazione dell’esito della psicoterapia non è tanto l’approccio psicoterapeutico ad incidere sull’esito positivo quanto la relazione soddisfacente che si viene ad instaurare tra medico e paziente che fa sì che si possa affrontare il vero e proprio lavoro terapeutico, di qualsiasi tipo esso sia.

Consiglio quindi di scegliere innanzitutto in base al titolo, uno psicoterapeuta che ha svolto tutto il training professionale e che è iscritto all’ordine degli psicoterapeuti; un’altra caratteristica fondamentale è che abbia svolto un’analisi personale, assolutamente indispensabile. Per quanto riguarda l’indirizzo diffidate di chi predica che il suo approccio è meglio degli altri, quasi fosse miracoloso. Personalmente ritengo che la base psicoanalitica sia fondamentale ma anche che non ci si possa fermare lì: per numerosi problemi diversi esistono numerose tecniche diverse e viene da sé che chi ha più strumenti riuscirà più facilmente sia ad adattarsi a persone diverse sia ad indovinare la terapia e la tecnica giusta per quel dato problema in quella data persona.

L’approccio psicosomatico nel quale mi sono specializzata ha una fortissima base psicoanalitica junghiana, illuminante per la comprensione dell’umanità e delle relazioni tra l’uomo e la donna ed a quella aggiunge la profonda conoscenza fisiologica delle patologie, guardando al problema con una visione di sintesi dell’unità corpo-mente. In questo approccio si utilizzano poi svariate tecniche, dal colloquio verbale al rilassamento corporeo al training cognitivo all’occorrenza. Questa è la base, ogni buon professionista deve poi continuamente aggiornarsi uscendo anche dai confini del proprio approccio iniziale per avere una visione più allargata.

• E la privacy?

Tutto ciò che avviene all’interno del rapporto terapeutico è sottoposto rigidamente a privacy. In nessun modo il terapeuta può diffondere ciò che voi dite e se lo fa è perseguibile.

Nel caso di minori ciò che viene detto tra il minore ed il terapeuta resta confidenziale, salvo casi di concreto timore per la vita del minore stesso. Normalmente poi il minore ed il terapeuta concordano come informare i genitori del lavoro terapeutico che si sta svolgendo ( i genitori hanno cioè l’assoluto diritto di poter parlare con il terapeuta di ciò che avviene con il loro figlio, ma il minore deve essere informato e d’accordo).

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